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Portovenere

 - Affittacamere La Spezia
“Veneria Portus” (Porto Venere) e “Ericis Sinus” (Lerici) sono i due approdi nominati nella geografia generale di Claudio Tolomeo (150 d.C) quando il Golfo di La Spezia non aveva altro nome che “Golfo Lunato”, identificato come “Portus Lunae”.
 
Portovenere sorge all’estremità occidentale del Golfo della Spezia. Portovenere è un paesino incantevole, ed un centro turistico di incantevole bellezza che ha affascinato ed ammaliato, negli anni, famosi scrittori e poeti.
 
Le sue alte case multicolori si affacciano sul porticciolo, tutte allineate sul mare, avevano un tempo la funzione di torri-fortezza, per difendersi dalle scorrerie dei pirati che flagellavano la costa. Nel medio evo, sotto il dominio della Repubblica di Genova, l’antico “Portus Veneris” venne fortificato con la costruzione di mura e di un castello.
 

Portovenere
è, Patrimonio Mondiale dell’Umanità tutelato dall’Unesco

LA  VISITA  DI  PORTOVENERE
La visita di Portovenere può cominciare dalla porta delle mura del borgo, risalente al 1160, come la Torre capitolare, imponente edificio in bugnato rustico. Inerpicandosi lungo il caruggio, si respira un'atmosfera dal sapore antico, accentuata dall'acciottolato, dai fregi dei palazzi, dalle strette stradine e dalle piazzette. Sulla sinistra si incontrano due scalinate a volta, ripidissime, mentre lo stretto caruggio prosegue, sfociando in una spianata rocciosa, sull'area del vecchio centro preromano. Sopra la piazza, proprio sulla punta del promontorio, spicca la Chiesa di San Pietro, costruita sui resti del tempio dedicato a Venere e poco distante la chiesa di San Lorenzo, del XII secolo, dal cui sagrato si sale direttamente al Castello Doria.
Da non perdere è la scoperta delle tre isole che si distendono di fronte a Portovenere: Palmaria, Tino e Tinetto. Separata dal promontorio di Portovenere da un braccio di mare detto Le Bocche, la Palmaria è la più grande delle tre isole del piccolo arcipelago, l'unico della Liguria: un grosso scoglio triangolare e corrugato, diventato di recente Parco Naturale Regionale. La costa sudoccidentale dell'isola è caratterizzata da rocce contorte e modellate dal vento, che si innalzano in vertiginose falesie scavate da rocce profonde. È questa parte, più aspra e selvaggia, quella più amata dai sub. Qui si aprono la grotta Azzurra, raggiungibile solo via mare e la grotta dei Colombi, abitata già in epoca preistorica
Portovenere è apprezzata anche per la presenza di monumenti storici.
Tra essi meritano l’attenzione dei turisti la Chiesa di San Lorenzo, consacrata nel 1130 da Papa Innocenzo II; essa, ancora oggi, conserva una certa eleganza nella facciata. Nell’interno troviamo affreschi, tavole e sculture del Quattrocento e del Cinquecento.
Nella parte alta del paese spicca il Castello, una fortificazione realizzata nel XVII secolo, adibita a carcere per detenuti politici al tempo di Napoleone Bonaparte.
È, inoltre, da ammirare la Chiesetta di San Pietro in stile gotico genovese (XIII secolo) in cima al promontorio, dove anticamente sorgeva il tempio di Venere.
Molto bello è altresì il campanile a torre che serviva per avvistare eventuali nemici provenienti dal mare


Il Castello di Portovenere
 
Eretto nel 1161 da Genova su una fortificazione preesistente, il castello di Portovenere domina il borgo e la parte più occidentale del Golfo dei Poeti. La tipica architettura militare genovese si nota nelle due parti del castello racchiuse da possenti mura: il corpo basso, con portone d’ingresso principale sul borgo e il corpo alto, con struttura del XVI secolo e la sala Ipostila, dal nome degli templi antichi sostenuti da colonne, sopra la quale si trova la casa del capitano.
L’evoluzione delle tecniche offensive e delle armi da fuoco si rispecchiò nella spianata del corpo alto, probabilmente aggiunta nel XVI secolo. La cinta muraria è rafforzata da tre bastioni sul mare, mentre a monte, i due lati delle mura si uniscono in una torre semicircolare. La cortina è percorsa da camminamenti e garitte a feritoia.
In periodo napoleonico, la sala Ipostila fu prigione politica, nella quale sono ancora visibili i segni delle inferriate.

 
Palestra di roccia a Portovenere

Località:
Monte Muzzerone
Il Muzzerone e le sue falesie sono diventati uno dei luoghi più amati e frequentati da migliaia di arrampicatori provenienti da tutta Europa e non solo. I motivi principali di questo enorme afflusso vanno ricercati nell’unicità del paesaggio, caratterizzato dalla presenza del mare, e nell’eccellente qualità della roccia, ma anche nella comodità di accesso e nella reciproca vicinanza delle falesie, che offrono notevole varietà di stili e quindi di un’ampia possibilità per tutti i livelli. La storia dell’arrampicata al Muzzerone inizia per opera degli incursori della Marina Militare che cominciarono negli anni Settanta a frequentare queste falesie per l’addestramento militare: attrezzarono la Parete centrale ed ebbero il merito di trasformare la zona da area di addestramento militare a una alpinistica. Alla fine degli anni settanta alcuni alpinisti locali cominciarono a chiodare alcuni nuovi itinerari, e a frequentare la zona come una palestra per allenarsi, soprattutto nei mesi invernali, in vista delle salite estive in montagna. Spinti da nuove idee e da nuovi stili, a volte importati dai santuari dell’arrampicata moderna come lo Yosemite in California, e assieme a nuovi strumenti, i giovani arrampicatori europei trasformarono mentalità e filosofie. Le falesie del Muzzerone non vennero più considerate come luoghi riservati solo all’allenamento, ma diventarono mete attraenti, affascinanti e con una loro dignità. Da quel momento l’arrampicata si trasforma in uno sport autonomo, con le sue regole, le sue tecniche e i suoi valori. Nei primi anni ottanta l’avvento di giovanissimi rocciatori, l’allenamento sempre più intenso, le protezioni più sicure e più ravvicinate portano a una rapida crescita delle difficoltà superate. Prende così avvio l’esplorazione sistematica del territorio per la ricerca di nuove pareti e vie di arrampicata. Nei primi anni novanta vengono scoperte ed attrezzate quelle che forse possono essere considerate le due falesie più belle del Muzzerone: difficili itinerari in un contesto straordinario caratterizzate da placche e strapiombi, un paradiso di roccia, sole e mare affacciato sul Mediterraneo. Ad oggi sembra che siano stati esplorati ed attrezzati la maggior parte dei settori, ma non è detto che dietro ad uno spigolo inesplorato, o scendendo lungo un canalone verso il mare, una nuova falesia od un nuovo itinerario non vengano alla luce dimostrando ancora una volta quanto questa località sia infinitamente bella e selvaggia.
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La Torre Capitolare
 
All'ingresso del borgo di Portovenere si può ammirare la Torre Capitolare,  a sinistra della porta d'ingresso in via Capellini, porta di ingresso dello stretto "caruggio" di Portovenere su cui si affacciano, addossate l'una all'altra le abitazioni ed i tipici negozi. .
 
La Chiesa di San Pietro
 
Suggestiva e romantica è la visita alla chiesa di San Pietro, chiesa gotica in pietra a strisce bianche e nere, costruita a picco sul mare sulla punta rocciosa più estrema di Portovenere.
Dal portico che cinge un lato della chiesa la vista spazia dal mare aperto fino alla punta più estrema delle Cinque Terre
Probabilmente la chiesa di San Pietro venne edificata su un antico tempio dedicato a Venere , la Dea dalla quale prende il nome questo splendido paesino.
La pianta della chiesa vede una divisione in due parti, una paarte con il campanile a bifore e decorazione a pietre bianche e nere tipiche del luogo e l’altra parte a pianta rettangolare con un abside semicircolare.
All’interno, la chiesa presenta una volta con tetto in legno .
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La Chiesa di San Lorenzo

Di notevole interesse artistico è la chiesa romanica di San Lorenzo, costruita nel XII secolo. Costituita da tre navate, con ampie arcature a tutto sesto racchiude nel suo interno affreschi, quadri, sculture della scuola toscana. Nel 1582 parte dei pilastri venne sostituita con colonne marmoree e comninciò la deformazione dell’interno in stile barocco, ora eliminato
Tra le opere d’arte di particolare interesse custodite nella chiesa vi è  l'immagine della Madonna Bianca del XIV secolo e un trittico del XV secolo

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L'Arcipelago del Golfo dei Poeti – le isole Palmaria, Tino, Tinetto

Nelle acque antistanti Porto Venere si trova l’Arcipelago con le tre Isole, Palmaria, Tino e Tinetto, cuore pulsante del Parco Naturale Regionale di Porto Venere istituito il 20 Settembre 2001.
A Tino si trovano vestigia risalenti all’XI secolo e la chiesa dedicata al culto di San Venerio. L'isola è Zona Militare e su di essa l’accesso è consentito soltanto in occasione delle festività in onore del santo, il 13 Settembre.
L’isolotto di Tinetto, spoglio di vegetazione, conserva testimonianze della presenza di comunità religiose in questo comprensorio: un piccolo oratorio del sec. VI e un edificio con chiesa a due navate e celle per i monaci.
E' interessante segnalare la presenza sull’isolotto di un rettile endemico, il pordacis muralis tinettoi, una specie di lucertola rarissima.
Delle tre isole dell’Arcipelago Palmaria è quella più frequentata e conosciuta: ogni anno le sue spiagge vedono riversarsi migliaia di bagnanti che la scelgono per la limpidezza delle acque.
Palmaria, che probabilmente deve l’origine del suo nome al termine Balma Grotta, piuttosto che alla presenza di palme nane, presenta interessanti valori paesistici: il versante orientale scende gradatamente a mare coperto da una ricca vegetazione di tipo mediterraneo; l’occidentale è caratterizzato da ripide scogliere.
L’Isola Palmaria per tutta la sua estensione insiste nell’area del Parco Naturale Regionale di Porto Venere, per questo diversi progetti sono finalizzati ad una fruizione intelligente delle sue bellezze naturali e paesaggistiche.
In questo ambito è stato costituito nel 1994 il C.E.A., Centro di Educazione Ambientale una struttura che consente il soggiorno per attività ricreative e di studio, nell'ottica di un turismo consapevole, di educazione ai valori dell’ambiente
 
Itinerario della Camminata ecologica della Palmaria.
Partenza dal Terrizzo, punto di approdo dei traghetti, verso il Forte Umberto I, o Fortezza del Mare, che ospita mostre, convegni spattacoli. Poco prima del forte la strada si biforca e, svoltando a destra, raggiunge il lato orientale dell’isola, attraverso un sentiero che si snoda in mezzo a ginestre, cisti, orchidee e mirti profumati. La strada raggiunge la Punta della Mariella, poi sovrasta la Grotta del roccio. Da qui incomincia la salita verso il Capo dell’Isola dove si aprono numerose piccole cavità, e poi verso la cima dell’Isola dove si trova il Semaforo ed il Forte Cavour.

La discesa porta verso la punta nord-occidentale dell’Isola in prossimità di una nicchia che un tempo ospitava il busto di Re Carlo Alberto. Di fronte si staglia la chiesetta di San Pietro e sullo sfondo si ergono le pareti calcaree di Muzzerone. Il giro dell’Isola si conclude ritornando al Terrizzo.

La grotta dei Colombi alla Palmaria:

È la grotta più importante dell’isola, non solo per dimensioni, ma anche per il materiale paleontologico che ha conservato. Sotto questo aspetto è anche una delle più importanti della Liguria orientale.È stata scoperta e studiata per la prima volta dal Prof. Giovanni Capellini nel 1869 , successivi studi furono condotti da E. Regalia, D. Carazzi e U. Mazzini. Nell’immediato secondo dopoguerra venne eseguito un saggio scavo dall’Università di Pisa per verificare o meno l’esistenza di una stratigrafia. Questa grotta si trova nella punta sud della Palmaria, verso l’isola del Tino, di fronte però al mare aperto ad un’altezza di una trentina di metri dalla superficie marina in un dirupo sterposo a picco sull’acqua. È composta di un gran corridoio di acceso e di due caverne delle quali la più interna ,detta la gran Sala, è la più ampia. La grotta fu scelta come insediamento abitativo, perché più asciutta, meglio difesa e più comoda rispetto alle altre caverne presenti sull’isola.Nella grotta fu rinvenuto un vero archivio di oggetti di quell’epoca remotissima come: punte di frecce, raschiatoi di selce, stecche, punteruoli dosso, perle di calcare bianco, rozze stoviglie, conchiglie traforate e levigate. Furono scoperti inoltre un gran numero di resti umani e di varie specie di mammiferi. Tra i numerosi resti rinvenuti vi sono delle ossa fossilizzate di animali, che vivono abitualmente nelle zone fredde e glaciali quali lo stambecco, il camoscio, il ghiottone e la civetta delle nevi, il che sta a significare che la Grotta era abitata già nel periodo glaciale o immediatamente successivo.


L'ISOLA DEL TINO

Più a meridione della Palmaria si trova l’isola del Tino, riconoscibile per la sua forma triangolare e rocciosa, abbondante di pino marittimo, leccio, mirto, lentisco e corbezzolo. Riportata nelle carte medievali col nome di Tyrus maior, da numerosi decenni essa è sotto la giurisdizione della Marina Militare, quindi è un’area sottoposta a vincoli non aperta liberamente alle visite. La restrizione ha di fatto ridotto la pressione antropica al minimo permettendo lo sviluppo naturale di una vegetazione lussureggiante, che fa da cornice a incantevoli paesaggi.

I versanti sono caratterizzati ad occidente da una chiara ed inviolabile falesia sulla cui vetta (l’isola è alta 122 m) si trova il faro militare, da sempre guida dei naviganti. È una costruzione fortificata neoclassica che nel corso del tempo ha visto numerosi cambiamenti, tanto da rappresentare un esempio di transizione tra le costruzioni militari di scuola francese e le più recenti fortificazioni del XIX secolo. Da lato orientale si trova anche un porticciolo, unico approdo possibile per i vistatori. La sua superficie è di circa 13 ettari, racchiusa in un perimetro di due chilometri. Tra i muretti a secco dell'isola è possibile scorgere il Tarantolino, il più piccolo geco italiano e specie endemica. Nei pressi dell’approdo si trova una zona archeologica con resti dell’epoca romana e rovine del cenobio medievale, testimonianza di antichi insediamenti monastici.  Pur essendo interamente zona militare il 13 settembre, giorno del patrono San Venerio

 

Accesso: dalla località Terrizzo, raggiungibile con battelli di linea da Porto Venere e dalla Spezia.
, l’isola si apre ai visitatori, inoltre è possibile visitarla anche attraverso escursioni organizzate dal Parco.

L'ISOLA DEL TINETTO

Separata dal Tino da alcuni scogli semisommersi,ritenuti in passato il “trait d’union” naturale delle due realtà, l’isola del Tinetto rappresenta la sorella più piccola (Tyrus minor) del gruppo insulare di Porto Venere. Ricopre infatti un’estensione di poco superione a mezzo ettaro, raggiunge un’altezza massima di 17 metri e dista dall’isola intermedia un centinaio di metri. Per profilo e caratteristiche ricalca molto il Tino e, malgrado le sue dimensioni siano davvero modeste, è una realtà importante nel panorama della biogeografia e della storia. Praticamente priva di vegetazione, ad eccezione di qualche coraggioso arbusto mediterraneo, tra le pieghe della roccia vive solo, su questa scheggia di mondo, un rarissimo endemismo, sottospecie della lucertola muraiola del Tinetto, la quale evidenzia caratteristiche differenti dalla specie presente sulla vicina isola del Tino. Sul Tinetto prese vita il primo insediamento monastico risalente al VI secolo, che poi si espanse sull’isola del Tino dopo la distruzione del cenobio per mano saracena e successivamente sulla Palmaria. Semicoperti dagli arbusti restano, sulla punta meridionale dello scoglio, il piccolo oratorio costituito da un unico vano e, sulla parte pianeggiante, la chiesa a due navate alla quale erano collegati un secondo oratorio e le celle dei monaci. L’isola del Tinetto costituisce la parte terminale del promontorio occidentale del golfo di La Spezia, identificata dagli esperti come la “Lama di La Spezia” a causa dei suoi affioramenti di carbonato triassico.


                                                              I SENTIERI

Periplo dell'Isola della Palmaria

Tempo di percorrenza: 3 ore e 30 minuti.
Grado di difficoltà: medio.
Note: tratti di sentiero con diversi gradi di difficoltà in saliscendi per un complessivo dislivello di 198 metri da affrontare opportunamente equipaggiati.
Percorso: il sentiero ha inizio su di una strada sterrata che sale dolcemente in quota costeggiando la parte dell'isola rivolta verso il Golfo della Spezia e che permette di scorgere la Fortezza Umberto I, la Torre Scola e le numerose spiaggette della Cala della Fornace. Una deviazione, in salita sulla destra del percorso, conduce all'ex stazione-postelegrafica, in località il Roccio, considerata una delle terrazze più belle di tutta la Liguria e circondata in primavera da grandi fioriture di ginestra,valeriana rossa ma soprattutto sede del cisto rosso al limite della sua area di distribuzione.Proseguendo lungo il sentiero di mezza costa, che percorre il lato rivolto a sud dell'isola, attraverso una zona di macchia mediterranea alternata a zone di gariga e di lecceta, si effettua una ripida discesa che richiede attenzione nell'affrontarla ma che permette di raggiungere la spiaggia del Pozzale e l'altro attracco della Palmaria (è possibile tornare al Terrizzo, a Porto Venere o alla Spezia con i battelli). Una piacevole passeggiata lungomare collega le spiagge con la zona limitrofa caratterizzata dalla presenza di una cava di “marmo” Portoro, in un recente passato fonte di lavoro e ora regno incontrastato dei gabbiani reali che vi nidificano. Lasciando alle spalle il panorama dell'Isola del Tino, si intraprende la salita attraverso la parte più selvaggia e brulla del sentiero che conduce alla sommità della Palmaria a quota 186 m s.l.m.. Tale percorso offre scorci panoramici di notevole bellezza sulla vastità del mare aperto e sulle falesie, regno incontrastato del fiordaliso di Porto Venere, specie esclusiva dell’Area Protetta. Giunti sulla strada, dalla quale si distaccano alcune varianti, svoltando a sinistra si arriva al Centro di Educazione Ambientale (C.E.A.). Proseguendo si raggiunge la strada sterrata da cui si diparte il sentiero più impervio dell'isola di fronte al promontorio dell'Arpaia dove si eleva la chiesetta di San Pietro di Porto Venere. Arrivati a livello del mare un semplice percorso tra spiaggia e sentiero, profumi di mare e carezze di vento, sciabordio di onde e stridio di gabbiani, conduce alla località di partenza del Terrizzo.
Variante n°1: Punta Mariella -sentiero che porta al mare- Giunti in località il Rocio, invece di proseguire per il Pozzale si scende il sentiero verso mare circondati, nella stagione primaverile, da fioriture di ginestra, valeriana e cisti, arrivando così alla sottostante punta, meta di bagnanti che amano la tranquillità perché raggiungibile soltanto tramite questo sentiero o, dal mare, con imbarcazione propria.
Variante n°2: Strada -strada carrozzabile, poco frequentata, dal C.E.A. al Terrizzo- Una semplice passeggiata di circa 45 minuti, all'ombra di maestosi alberi, tipici di una vegetazione che non ha subito l'influenza della presenza antropica.
Variante n°3: Strada dei condannati -sentiero dal C.E.A. al Terrizzo- Dalla strada, sulla destra si diparte una sterrata che costeggia il fossato perimetrale del Forte Cavour, alla fine del quale si scende lungo un sentiero contraddistinto da una serie di tornanti e scalini che permettono di ammirare panorami sempre diversi per prospettiva ed altitudine in una zona ricca delle fragranze emanate dalle piante aromatiche (mirto, ruta, timo, etc.).
Variante n°4: Canalone -scorciatoia dal C.E.A. al Terrizzo- Si scende la scalinata che conduce alla “Casa dell'Ammiraglio” riconoscibile dalla presenza di un pino domestico monumentale, si segue la strada e dopo un paio di tornanti,si prende il sentiero sulla sinistra che inoltrandosi nella zona più umida della Palmaria permette, in circa 20 minuti, di giungere al Terrizzo.



 

I PUNTI DI IMMERSIONE

I PUNTI DI IMMERSIONE - Affittacamere La Spezia
Il mondo sommerso dell’Area di Tutela Marina del Parco di Porto Venere presenta una varietà di organismi tale che il subacqueo che visita i fondali ne rimane entusiasta e affascinato. Gorgonie, rocce tinteggiate con i colori vivi delle spugne colonizzatrici, pareti ricche di margherite di mare (Parazoanthus axinellae), pesci che danzano indisturbati, aragoste, murene e gronghi che sbucano dai loro nascondigli ed il ricco ed imprevedibile mondo della prateria di Posidonia oceanica creano un mondo sottomarino di incomparabile bellezza. L’arcipelago delle tre isole, Palmaria, Tino e Tinetto, presenta una struttura morfologica dove le falesie a strapiombo, proseguendo il loro cammino sotto il livello del mare, creano ambienti suggestivi particolarmente apprezzati da coloro che praticano attività subacquea, sia questa fatta in apnea che con l’ausilio delle bombole. La continua azione del mare, nel tempo, ha modellato numerose grotte sommerse e semisommerse di natura carsica che permettono agli amanti della speleologia subacquea di avventurarsi in cunicoli più o meno difficoltosi dove li accompagnano giochi di luci e organismi tipici degli ambienti semioscuri. All’interno dell’Area di Tutela Marina è presente una piccola prateria affiorante di Posidonia oceanica - S.I.C IT1345104 – inserita nell’allegato 1 della Direttiva habitat 92/43/CEE per la sua importanza naturalistica. Un habitat ricco di vita dove labridi, salpe, saraghi di prateria, ricci di mare, stelle marine, cavallucci marini e pesci ago popolano questa piccola prateria trovandovi il rifugio ideale e una grande quantità di nutrimento. La prateria di Posidonia è importante anche per il suo ruolo di difesa della costa dall’azione erosiva del mare; infatti la sua massa fogliare crea una naturale barriera che protegge la costa e le spiagge riducendo così la forza altrimenti distruttiva del mare.
Un ambiente ricco di colori, di meraviglie sommerse che rendono quest’area un prezioso tesoro per chi ama entrare a stretto contatto con l’ambiente marino. L’Area di Tutela Marina è stata istituita per garantire la tutela, la salvaguardia delle specie animali e vegetali presenti e per promuovere la conoscenza ed una corretta fruizione di questo ambiente.
 
CALA GRANDE
 
Situata lungo il fianco ponentino della Palmaria , Cala Grande è facilmente identificabile in quanto,come interpreta già il suo nome è l’ansa più vasta che la falesia ospita. A ridosso del seno il fondale è tendenzialmente pianeggiante, caratterizzato da massi e ciottoli. In questa area la profondità è contenuta entro una decina di metri, mentre va ad aumentare allontanandosi dalla costa. Lo sviluppo del fondale è ottimo per chi alle prime esperienze vuole incrementare la propria esperienza, in quanto l’accentuata rientranza riesce quasi sempre ad offrire mare calmo ed assenza di forti correnti. Ma è anche il punto di immersione dove gli esperti appassionati delle immersioni in caverne hanno a disposizione più cunicoli bui , entro i quali osservare i tipici organismi delle grotte. Due sono praticamente dirimpettaie, ma completamente differenti per il loro sviluppo sottomarino. Una meno profonda, l’ingresso si trova alla profondità di quattro/cinque metri, buia e suggestiva, ideale per appassionati di speleologia subacquea. Negli angoli dove la luce è ridotta al minimo, centinaia di piccoli gamberetti Palaemon serratus nuotano e camminano tranquillamente, ma appena il fascio di luce artificiale li investe iniziano a disperdersi in maniera disordinata e frenetica. La seconda grotta ( denominata Grotta Vulcanica ) con un ingresso più ampio ma posto alla profondità di sei/sette metri, consente la penetrazione contemporaneamente a più sub ed il percorso è vivacizzato da un paio di diramazioni. L’esplorazione inizia dall’ampia volta semisommersa, la parte della grotta aerea è visitabile in barca, mentre la parte sommersa conduce ad una prima breve stanza caratterizzata da un fondale a ciottoli dove è consigliabile sostare per ammirare le concrezioni che adornano le pareti. Proseguendo, il percorso non è mai completamente al buio e si risale fino ad un metro e mezzo dalla superficie, per poi trovarsi nuovamente in acqua libera nella baia.Ulteriore peculiarità dei fondali di Cala Grande , oltre alle grotte subacquee o semisommerse appena descritte, è anche il fondale sabbioso che ad una profondità compresa tra i 24 ed i 27 metri , ospita tre blocchi di roccia particolarmente cari a piccole aragoste.
 
CALA PICCOLA
 
E’ l’insenatura di modeste dimensioni che si incontra immediatamente dopo la Cala Grande. L’immersione in questo punto è assai semplice, ma non per questo avara di soddisfazioni e singolari incontri. Appena si scende sotto il pelo dell’acqua ci si imbatte con un vecchio carrello da miniera, risalente ai tempi in cui veniva estratto il marmo Portoro sull’isola Palmaria. Il fondale è disseminato di massi, luogo ideale per trovare rifugio ma tendere anche agguati come testimonia la presenza e l’assoluta immobilità di qualche grosso scorfano. Per chi è attratto dalle grotte , in parete si può andare a visitarne una, dalla volta impreziosita da inviolabili spelonche ed organismi marini incrostanti. Tra le pieghe e le più anguste fessure si può incontrare una splendida creatura marina: la Ciprea. Il luccicare della sua conchiglia, quando il mantello si ritrae, ne favorisce la localizzazione. Ancora al riparo nelle fenditure si annidano i gamberi meccanici, gli Stenopus scaber per i ricercatori, cosi denominati comunemente per le chele decisamente sovradimensionate rispetto al resto del corpo.Visitare una grotta al chiarore di una torcia, avanzando lentamente ed osservando da vicino volta e pareti, è un incanto per gli occhi poiché la fauna è stupendamente colorata, almeno fino a che giunge un barlume di luce naturale. La penombra infatti penalizza la fotosintesi delle alghe, per cui esse sono le prime a sparire appena varcato l’antro; la calma delle acque e l’assenza di correnti limita anche gli organismi eretti, i quali però vengono immediatamente sostituiti dalle alghe calcaree rosa violaceo, da spugne, da cnidari, da briozoi e piccoli policheti serpulidi. Negli angoli della grotta trova terreno d’elezione la Galatea, un piccolo e timoroso crostaceo dalle lunghe chele con il corpo ripiegato su se stesso e striato di blu. Tra i pesci si fanno immediatamente notare gli Apogon per il loro color rosso-arancio. Sono piccoli e graziosi ed occorre sottolineare la cura per la prole. In effetti il maschio cova le uova nella sua bocca, senza nutrirsi per l’intero periodo dell’incubazione.
 
LA SECCA DI DANTE – Isola Palmaria
 
La secca, il cui sommo si trova a sedici metri di profondità, è ubicata sul versante occidentale tra l’isola Palmaria e quella del Tino. Il suo profilo risale dal fondo verticalmente dopo aver creato un canale con l’isola del Tino, per proseguire la sua corsa in direzione nord-ovest con un declivio di media inclinazione che termina a 28 mt., la dove la roccia va a congiungersi con un fondale fangoso e piatto. E’ una zona spesso investita da correnti anche vigorose che dal largo penetrano nel canale tra le isole, condizionando così anche la visibilità. A causa di queste imprevedibili correnti può essere consigliata solo a sub esperti , i quali hanno il piacere di bearsi di un ambiente subacqueo ricco di organismi di ogni specie e dimensione. Questo punto di immersione è praticabile soprattutto nei periodi di bassa stagione, quando il movimento causato dal diporto nautico è molto limitato, in quanto il sommo della secca si trova proprio al di sotto di rotte molto trafficate durante il mesi estivi. Sulla Secca di Dante si possono seguire due itinerari subacquei. Il primo lungo la parete verticale che porta poi ad esplorare un’area dominata da grosse rocce e raggiunge la profondità di 24 mt; il secondo che si affaccia sul mare aperto ha un andamento meno accentuato e termina a circa 28 metri . Lungo i fianchi rocciosi della secca si trova una notevole varietà di gorgonie oltre che per forma anche per colorazioni. Se ne trovano infatti di gialle, di rosse, di bianche ed arancio; praticamente tutte quelle presenti nel Mar Ligure. Si passa dalla Eunicella alla Paramunicea per terminare con interessanti ramificazioni di Leptogorgia sarmentosa.Per l’aspetto biologico la Secca di Dante è una delle mete preferite dai ricercatori i quali durante censimenti fatti in passato solo con il metodo visuale e condotti tra le batimetria più profonde, hanno potuto osservare quasi un centinaio di specie differenti di organismi appartenenti tanto alla flora quanto alla fauna sessile.
 
LA PARETE DEL TINO
 
A caratterizzare questo punto di immersione, ubicato sul lato occidentale dell’isola del Tino, è una piccola ansa sovrastata dalla falesia alta circa un’ottantina di metri che si tuffa a picco in mare. La spettacolare verticalità viene poi mantenuta sott’acqua, fino ad una profondità di quasi 30 metri, dove la roccia lascia il posto alla sabbia e al limo e il profilo del fondale muta l’inclinazione digradando dolcemente verso profondità abissali. È questo un punto di immersione molto particolare e al contempo affascinante dove, alla singolare perpendicolarità della falesia, si aggiunge il contrasto che crea la roccia colonizzata da alghe multicolore ed il blu intenso in cui essa scompare. Mediamente la profondità massima che si raggiunge alla base della parete è di 27 metri, solo in qualche punto eccezionalmente si raggiungono i 29/30 m, mentre la visibilità, straordinaria inizialmente, inizia a diminuire un poco superdando i 20 metri dalla superficie. Pur essendo quella più profonda la porzione di parete dove l’acqua non è particolarmente limpida, meno illuminata e temperata, in queste condizioni trovano l’habitat ideale numerosissimi organismi marini. Da sottolineare ad esempio è l’abbondante prolificare di Gorgonacei tanto appartenenti alla famiglia di Gorgonidi, che di Paramuriceidi e di Plexauridi. Le loro colorazioni variano, anche se tra i vari esemplari da segnalare vi è un dominante del bianco tra le gorgonie e del giallo, rosso e arancio tra le ramificazioni di Leptogorgia. Si alternano aree dove esse sono più rade ad altre particolarmente fitte. All’apparenza liscia e verticale la parete al contrario è ricca di piccole spelonche ed anfratti, entro le quali trovano rifugio gronghi, polpi, murene. Occorre una fonte di luce artificiale per profanare il buio di queste anguste spelonche, quasi certamente abitate da qualche inquilino. Non è inconsueto osservare anche le aragoste lungo questo punto di immersione. A profondità ridotta in acqua libera immancabile è il carosello delle castagnole nere, mentre a ridosso della roccia si osservano salpe, re di triglia, scorfani, bavose, nudibranchi e candide colonie di Idroidi.
 
 
LA GROTTA DEL TINETTO
 
Si tratta di uno dei punti più suggestivi, certamente il più scenografico, delle immersioni che l’arcipelago spezzino offre. Può essere tranquillamente affrontato da subacquei esperti ed alle prime esperienze, ma soprattutto, dato i giochi di luce che si creano all’interno dell’antro , è ideale per foto e videosub. L’ingresso della Grotta del Tinetto si trova sul lato occidentale dell’isolotto, all’altezza di una ampia crepa che incide la parete esterna, mentre ventidue metri sotto la chiglia il fondale è pianeggiante caratterizzato da fango e sassi isolati. L’antro della cavità si trova a meno diciotto/diciannove metri di profondità e lo si interseca scendendo verticalmente lungo la parete. L’ingresso, alto circa un paio di metri, consente di addentrarsi nel cunicolo per una lunghezza totale di circa trenta metri. E’ una penetrazione pressochè rettilinea leggermente in salita che non presenta ostacoli, illuminata a metà del percorso dai raggi di sole che tagliano l’oscurità. Lampi di luce che luccicanti come spade cadono dall’alto e trafiggono la penombra. Calano attraverso una nuova frattura della roccia che dal centro dell’isolotto mette in comunicazione l’ambiente sommerso con quello terrestre. Per ottimizzare l’immersione occorre esplorare la Grotta del Tinetto procedendo in fila indiana, gestire l’assetto per non sollevare sospensione, che comunque a breve inizia a cadere come neve mossa dallo scarico delle bolle. Indispensabile è munirsi di una torcia subacquea perché, scenografie a parte le pareti e la volta della caverna sono una vera fucina di organismi marini. Il percorso prevede generalmente la penetrazione del primo tratto del cunicolo, giunti all’incrocio del camino verticale la sua esplorazione e poi su fino a sbucare in superficie dove è addirittura possibile togliere l’erogatore e scambiare quattro chiacchiere. Da notare che ciò è possibile in condizioni di mare ottime perché col mare mosso si rischia di andare a battere contro le rocce. Una volta emersi poi si scende nuovamente e prima dell’uscita dalla grotta è consigliato dedicare l’attenzione alle colonizzazioni che ne impreziosiscono ogni centimetro quadrato di roccia.Tra gli organismi sessili si trovano infatti colonizzazioni di Parazoanthus e spugne, di Serpule e Ascidie. Fuori della grotta l’immersione prosegue piegando a sinistra per continuare ad ammirare questa volta le particolarità che la parete ancora offre. Comune è l’incontro con gronghi e aragoste, mentre rami di Paramunicea si identificano già ad una 15 di metri di profondità.
 
  
LA SECCA DEL TINETTO
 
La “secca del Tinetto” è ubicata a meridione dell’omonima isola, ed è facilmente individuabile in quanto il sommo semisommerso, oltre ad essere segnalato con una stele che sostiene la statua di una Madonna Bianca, riflette la sua colorazione pochi centimetri sotto la superficie . L’ambiente sottomarino si presenta già nei primi metri entusiasmante , il profilo dei suoi fianchi è speculare alla falesia emersa e l’area interessata dalla secca è ampia . Infatti ben due sono gli itinerari che si possono seguire per completare una visita attenta ed approfondita, i quali vengono identificati dai diving center locali come l’immersione sul lato nord e quello sul lato sud.
Lato Nord : l’immersione ha inizio dal sommo posto ad otto metri di profondità, e prosegue lungo il versante che guida il subacqueo fino alla profondità massima di venticinque/ventotto metri. Lungo la discesa si supera un marcato gradino nella roccia ,molto simile per la forma ad un balcone, oltre il quale ha inizio una splendida parete decorata dei rami rossi della gorgonia. Tra un ventaglio e l’altro una miriade di tane ospitano vari organismi marini , tra cui spiccano polpi , murene , gronghi e crostacei ; oltre ovviamente a specie di coloratissimi invertebrati e tunicati.
Lato Sud : questo è il versante maggiormente gettonato dai sub, in quanto ,grazie ad una più felice esposizione alla corrente ,esprime una ricchezza di vita sottomarina ricca e brulicante. L’immersione ha inizio sullo spigolo della parete che cade verticalmente , iniziando l’esplorazione a 16 metri dalla superficie . Quella sottostante è un vero e proprio muro completamente ricoperto da gorgonie rosse , la corrente che lambisce i ventagli porta con se una alta concentrazione di plancton, che poi altri non è che il cibo di cui si nutrono i polipi del celenterato . Sui rigogliosi rami si trovano fissate uova di gattuccio, crinoidi ed altri microrganismi che sfruttano l’altezza per catturare anch’essi una maggior quantità di microscopiche prede. L’ambiente più profondo, a circa meno trentasei metri, e meno illuminato è il regno incontrastato di Leptogorgia ed Eunicella verrucosa, facilmente identificabile grazie al caratteristico biancore di cui si tingono le ramificazioni.
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